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Il titolo, FUTURA TRADITIO, è una sorta di ossimoro che affianca il concetto di tradizione (tramandata) all’idea di futuro come parte di tempo che non ha avuto luogo ed è quindi inconoscibile. Si parla quindi di una tradizione intesa come in ambito filosofico, dinamica e attiva lungo le generazioni.

 

Tecnica
L’opera d’arte urbana di Via Poisa è un’anamorfosi* di ben 320 m2, probabilmente una fra le più grandi realizzate con questa tecnica a livello nazionale. Deve essere fruita e fotografata da un punto di vista laterale, indicato a terra, ma per rendersi pienamente conto della deformazione del disegno è necessario camminare lungo la via, fino alla fine del dipinto, lungo 30 metri.

Un pezzo in prospettiva quindi, che inserisce due personaggi in una cornice architettonica, in modo da dare l’impressione che facciano capolino attraverso una sorta di stanza virtuale. Dentro questa scatola un finestrone illusorio imita il serramento vero, reso tridimensionale e fluttuante. 

*anamorfòṡi s. f. [dal gr. ἀναμόρϕωσις «riformazione», der. di ἀναμορϕόω «formare di nuovo»] rappresentazione pittorica realizzata secondo una deformazione prospettica che ne consente la giusta visione da un unico punto di vista (risultando invece deformata e incomprensibile se osservata da altre posizioni). Il termine appare nel XVII secolo per indicare le «depravazioni ottiche» fondate sui giochi della riflessione e della prospettiva. La conoscenza dei procedimenti per costruirle fu a lungo trasmessa come dottrina magica e segreta, invadendo poi i trattati di prospettiva e le speculazioni ottiche seicentesche, fino ad esplodere nell’opera di due grandi gesuiti, Kircher e Bettini. (Jurgis Baltrušaitis, Anamorfosi o Thaumaturgus Opticus, Adelphi 1978).

 

Composizione e poetica

Due personaggi a simboleggiare tradizione e innovazione, con differenti competenze e risorse, volutamente molto diversificati per età.

L’uomo anziano in abito da lavoro rappresenta l’artigiano come da immaginario collettivo, il maestro di bottega che tramanda antica conoscenza, la manualità, l’abilità tecnica. Le sue mani rugose in vista simboleggiano due diversi atteggiamenti. La sinistra è in azione, indica, crea, ricorda (si pensi alla posizione delle mani nella creazione di Adamo di Michelangelo). La destra, si appoggia sulla spalla della ragazza in segno di protezione e di fiducia.

La giovane donna che indossa un copricapo futuristico con visore e cuffie raffigura l’artigianato 4.0, nato dalle tecnologie della quarta rivoluzione industriale. Si pensi come robot, stampanti 3D, lasercut e digitale stanno cambiando il modo di progettare e fabbricare gli oggetti. Le sue mani reggono una scatola dalla quale fuoriescono attrezzi legati al mondo artigiano.

Entrambi rivolgono lo sguardo all’osservatore, lo richiamano dalla strada, la ragazza è diretta, sicura di sé, l’uomo è pensieroso. Sono in una particolare relazione, come se uno proteggesse l’altra, ad indicare continuità e mutua assistenza ma anche la sostenibilità dei relativi progetti (si pensi all’iconografia del figliol prodigo e alle matrioske, una inseribile nell’altra).

La trasmissione dei saperi si coglie nel passaggio della scatola. La giovane l’ha ricevuta e si volge per porgerla agli artigiani del futuro, rappresentati in silhouette nera nella luce proveniente da una delle finestre virtuali. Si affacciano quasi evanescenti ma non è ancora noto il loro ruolo, resta un punto aperto. A parere degli artisti, quindi, si tornerà alla manualità, al pezzo unico, ma non è dato sapere.

Un brulichio di figure bianche si nota poi sopra la finestra in alto a destra (la finestra reale dell’edificio) e anche sulla sua ideale prosecuzione (fittizia) a sinistra, fino a raggiungere la metaforica “casa” che dal bastone si collega alla “A” della scritta luminosa. Sono le ombre (luminose in quanto significanti) dei lavoratori del passato.

La casa posta a guisa di lanterna sulla sommità del bastone rimanda all’iconografia del pellegrino sostituendo la conchiglia e la zucca svuotata con l’idea di luogo sicuro, di accoglienza, di dialogo. A reggerla è il maestro di bottega, depositario della tradizione e del diffondersi delle tecniche nel mondo.

 

La pandemia

L’opera murale doveva essere realizzata nella primavera del 2020. Poi il progetto è slittato per i motivi che tutti conosciamo. Su richiesta dell’Associazione Artigiani gli artisti hanno riflettuto su come poter sfiorare il tema del Covid-19 senza rendere il pezzo drammatico, cosa non facile a livello iconografico.

Dalla scatola degli attrezzi emergono una mascherina e un paio di guanti sgualciti. Abbiamo superato la fase più acuta della pandemia anche attraverso opere di solidarietà e pertanto questi elementi sono in dotazione nel kit dei saperi/strumenti (sono comunque dispositivi usati durante alcune fasi di lavoro in diversi ambiti).  Non sono però inseriti pienamente nella scatola, penzolano appesi ad un martello. Volutamente non li hanno inchiodati al muro. Il martello è a disposizione per farlo ma sappiamo che il rischio è sempre presente e che forse questa brutta esperienza non è chiusa (o che potrebbe ripetersi, in altre forme).

A livello simbolico hanno perciò voluto giocare ancora con la prospettiva. Se infatti il tema della pandemia è solo evocato fotografando l’opera dal punto di vista corretto, lo stesso diviene via via più significativo avvicinandosi al lato destro del dipinto, dove ci si rende conto di come lo spazio occupato da mascherina e guanti sia di grande metratura.

Speranza quindi, ma anche un monito alla cautela.

 

Gli artisti

Vera Bugatti

Classe 1979, vive a Brescia.

Ha conseguito la Laurea in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università degli Studi di Parma e lavorato presso il Settore Affari Museali del Comune di Cremona e il Sistema Museale di Valle Trompia (BS). È stata assegnista di ricerca della Fondazione B.A.M. di Mantova, con una tesi dedicata alla trattatistica eterodossa del XVI secolo. Ha pubblicato saggi di ricerca storica e iconologica e ha collaborato con le redazioni di Venezia Cinquecento (Università Ca' Foscari di Venezia) e di Stile Arte. Ha in attivo mostre personali e collettive e ha vinto il terzo Concorso Nazionale di Pittura del Premio Emilio Rizzi. Ha eseguito alcuni dipinti per il film L'Abbuffata di Mimmo Calopresti.

Attiva come Street Artist dal 2008 ed esperta dello Street Painting anamorfico dal 2015, ha dipinto in Italia, Olanda, Francia, Germania, Irlanda, Croazia, Austria, Malta, Svezia, Danimarca, Bosnia ed Erzegovina, Portogallo, Spagna, Lettonia, Russia, Gran Bretagna, Bulgaria, Stati Uniti, Messico, Emirati Arabi e India.

Considera l’arte urbana come una declinazione della sua poetica artistica, con costanti rimandi alla vivibilità del pianeta, ai turbamenti dell’uomo e ai temi sociali.

www.verabugatti.it   www.facebook.com/VeraBugatti   www.instagram.com/verabugatti

 

Fabio Maria Fedele

Classe 1974, vive a Lendinara, Rovigo.

Laureato in Storia e Conservazione dei Beni Architettonici e Ambientali e in Architettura presso lo IUAV di Venezia, è attivo come artista dal 1993.

Nel 2017 a Cividale del Friuli ha progettato e realizzato in team il più grande 3D italiano su pavimentazione (570 m2), in occasione di una commemorazione storica dedicata alla Prima Guerra Mondiale.

Come Street Artist è attivo soprattutto nel Nord Italia; oltre i confini nazionali ha lavorato in Austria, Bosnia Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Emirati Arabi, Francia, Germania, Paesi Bassi, Slovenia, Spagna e Stati Uniti d'America.

Parallelamente lavora come architetto in ambito museografico occupandosi di ricostruzioni artistiche per siti archeologici in collaborazione con le Soprintendenze. Ha realizzato l'apparato grafico dei siti archeologici sottostanti la Cattedrale di Vicenza e la Basilica Palladiana.

 

Alcuni particolari dell'opera: